Quaresima 29 Febbraio

VANGELO DEL GIORNO: (Lc 4,24-30)

In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret]: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo, ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costrita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

COMMENTO a cura di Vincenzo Criscuolo, Vice Presidente Giovani Azione Cattolica Capua

Quante volte nel nostro piccolo ci siamo sentiti “profeti non accettati”, soprattutto nei momenti in cui ci adoperiamo per essere testimoni veri a scuola, a casa, al lavoro, nel nostro gruppo di amici; e il brano di oggi sembra quasi rincuorarci, visto che è successo lo stesso a Gesù.

Ma il Vangelo sembra domandarci anche altro: quando sei “tu” a non riconoscere i profeti che ti sono affianco? Anche noi, come i nazareni,quando preferiamo fare scelte per una vita più comoda e arriva qualcuno (un genitore, un amico, il sacerdote) che tenta di aprirci gli occhi dicendoci quelle cose vere ma che danno fastidio, ci sdegniamo?

Non saremmo anche tentati di gettarlo giù, “sul ciglio del monte”, delle volte?
Allora non siamo poi così diversi dai nazareni anche quando decidiamo di fare fuori Gesù dalle nostre scelte, dalle nostre giornate e dalla nostra quotidianità.

Il Vangelo ci invita dunque a porci in un atteggiamento di maggiore accoglienza dell’altro, poiché è profeta per me, come io posso esserlo per lui.

Audio del commento

Quaresima 3a Domenica

VANGELO DEL GIORNO: (Lc 13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

COMMENTO a cura di Mons. Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei

Gesù ci invita oggi alla conversione. Le sventure, le sofferenze, gli eventi luttuosi non vanno considerati come le punizioni divine, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio e per cambiare vita. Spesso assistiamo a fatti che ci sconvolgono.
Le parole di Gesù: «Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,3) ci invitano a riflettere sulla caducità della condizione umana.

L’importante è ascoltare la voce di Dio che, attraverso la coscienza ed i fatti della vita quotidiana, ci chiama ad un cambiamento di vita, alla conversione. Frequentemente noi siamo proprio come quel fico di cui Gesù parla nel Vangelo: un fico sterile, nonostante tutte le cure del giardiniere. Ma Dio ha pazienza ed attende.

A volte ci richiama e ci mette in guardia, con eventi dolorosi o drammatici, che toccano noi o la società, ma Dio non si stanca mai di noi. Vuol farci recuperare il significato trascendente della vita: una vita comprata a caro prezzo dal sangue di Cristo e che deve essere vissuta alla luce della fede, con la comunione e la carità verso tutti i fratelli.

Approfittiamo della Quaresima: facciamo il proposito, in quest’Anno Giubilare della Misericordia, di rinunciare al male e di accettare con fede la volontà di Dio nella nostra vita.

Audio del commento

Quaresima 27 Febbraio

VANGELO DEL GIORNO: (Lc 15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a nettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

COMMENTO a cura di Clara, giovanissima Azione Cattolica Pompei

Dio è sempre pronto a far festa quando, dopo un periodo di sconforto, riusciamo a ritrovare la via giusta che ci riporta a casa.
Nella parabola del Padre misericordioso il giovane, spinto dal desiderio di indipendenza si allontana dall’affetto della casa paterna per dedicarsi alla vita mondana.

Allo stesso modo anche noi spinti dalle mode e dai vizi del nostro tempo, ci allontaniamo da Dio, ma Lui, come il padre della parabola, si affaccia ogni sera sulla strada che porta a casa e aspetta.

Aspetta di vederci da lontano imboccare quel sentiero per correrci incontro e fare festa insieme. Purtroppo le nostre corse quotidiane sono altre e non sempre sono incontro a Dio. Anzi forse è il contrario.
Non aspettiamo di scendere così in basso, come il giovane figlio, per ricordarci dell’amore del padre.

Troviamo nella nostra giornata un momento per ritornare a casa, nel nostro cuore, per incontrare Dio e lasciarci abbracciare dalla sua Misericordia.

Audio del commento

Quaresima 26 Febbraio

VANGELO DEL GIORNO: (Mt 21,33-43.45)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

COMMENTO a cura di Gaia, scout Agesci Pompei

Proprio Gesù, lo “scartato” per eccellenza, è divenuto la pietra d’angolo della nostra vita, e da oltre duemila anni resta un fondamento saldo per tutti gli uomini. Questo per dire che molte volte coloro che vengono scartati, emarginati, isolati, sono quelli che hanno più da dimostrare, che portano dentro qualcosa che a noi sfugge, e hanno bisogno di fiducia e amore: lo stesso amore e la stessa fiducia che Dio ha posto in suo Figlio affinché lo insegnasse a tutti noi.

Troppo spesso ci capita di emarginare qualcuno per una diversità, per cattiveria, per invidia, senza pensare che possiamo ricevere e dare tanto. Non esistono “doppioni” come nelle figurine, dunque nessuno merita di essere scartato, scambiato, svenduto, tradito. Oggi il Signore ci chiede di scartare solo la bustina che ricopre il nostro cuore e che impedisce di guardare dentro il nostro cuore e negli occhi dell’altro.

Se ci impegniamo, in questa Quaresima, ad accogliere nell’amore e nella fraternità così come Gesù ha accolto tutti noi nel momento in cui è stato scartato sulla croce, ci ritroveremo con un album di vita meravigliosamente pieno e vario, senza doppioni ma con tutti pezzi unici.

Audio del commento

Quaresima 25 Febbraio

VANGELO DEL GIORNO:  (Lc 16, 19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:

«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»

COMMENTO a cura di Armando, giovanissimo di Azione Cattolica Pompei

Nella prima parte del Vangelo, il ricco è descritto come un uomo vestito bene e al quale piaceva godersi la vita. Il povero, di nome Lazzaro, ricoperto di piaghe e affamato.
Si può subito notare come in tutto il testo del Vangelo il nome del ricco non viene mai citato; quello del povero invece si.
Ciò sta a sottolineare come agli occhi di Dio non conta ciò che si possiede, ma conta la ricchezza del cuore.

Nella seconda parte, la situazione si capovolge perché il ricco si trova nei tomenti degli inferi; il povero siede accanto ad Abramo portato dagli angeli.
Il ricco non è condannato in quanto ricco o possidente, ma in quanto non ha saputo essere caritatevole e accogliente verso il suo prossimo, che in quel momento era proprio Lazzaro.

Il ricco chiede che Abramo mandi Lazzaro dai suoi fratelli per salvarlo dai tormenti che lui stava patendo.
Abramo non acconsente perché sa che questi hanno già degli esempi che però non riescono a decifrare.
Anche noi molte volte aspettiamo segni straordinari che non ci permettono di vedere il povero fuori casa nostra o fuori scuola o fuori dal lavoro o fuori dalle nostre parrocchie.

Non ci chiudiamo allora in noi stessi e nelle nostre vite spesso troppo impegnate e impariamo a capire che in quel povero c’è Dio che chiede semplicemente di essere amato e di amare il nostro prossimo.

Audio del commento